OI!

Sicuramente si può cominciare spiegando
che l’Oi! salvò ciò che rimase del punk, dato che questo fenomeno divenne un
unico mercato per far soldi, si può dire così che l’Oi! riportò il punk nelle
strade londinesi, così com’è sempre stato.
Dal 1978, il punk cominciò a prendere
un’altra piega, cominciò a seguire la scia di Jimmy Pursey ed i suoi (Sham 69),
un punk molto più “violento”, molto più “incazzato”.
Nel 1980 il giornalista di Sounds (rivista musicale che trattava di tutto, dal
punk al rsto della musica underground) “Garry Budhell” assieme a Micky Geggus
(Cockney Rejects) decisero di rinominare questo genere non “punk”, non “street
punk” ma bensì Oi! (in quanto I Cockney usavano Oi! per dire Hey!, di sovente
usato dal batterista per richiamare il pubblico).
Piccolo saggio tratto dal “Cranked Up
Really High” di Stewart Home:
" I gruppi Oi!, aumentando intenzionalmente la quantità di retorica basata
su una nozione ideologica di classe operaia, trasformarono qualitativamente il
Punk Rock. In quel modo riuscirono a proteggere la loro musica dai critici
trendy e scoreggioni, che altrimenti avrebbero tentato di appropriarsene, di
sofisticarla e incorporarla nel discorso della cultura alta [...] Le qualità
tragressive dell'Oi! sono la sua unica difesa contro una simile calamità. Tali
qualità sono definite "cattivo gusto" da quei burocrati e borghesi
che sono bravissimi a inculare la gente ma detestano che i conflitti sociali
interferiscano con la loro amministrazione dell'oppressione.”
Ciò sta a dimostrare il movimento
“classista” di questo genere.
L’Oi! venne subito criticato dai più, giornali, ordine pubblico, dalla sinistra
inglese ed estrema destra, grazie a questi idioti, la potenza Oi! venne
indebolita. Dopo di ciò ci pensarono quelle teste di cazzo del “The Mirror”,
definendo l’Oi! il più basso gradino del POP, al quale rispose George Marshall
definendo rozzamente l’Oi! “…sottile come una mazza da baseball che ti prende
in faccia…”.
Ciò che particolarizzava l’Oi!, era ed è
il sangue rock che circola assieme a quello punk, dal quale vennero presi come
esempi dai riff di Chuck Berry, da non dimenticare come nell’Oi! è stato
inserito il “coro” da bettola, cioè da cantare tutti assieme, a mo’ di stadio.
Un’altra cosa che lo particolarizza sono i testi, spesso inerenti alla vita di
strada, all’oppressione, ecc… (da notarsi che altre volte I testi Oi! si
appesantivano parlando di Union Jack: “La storia e composizione della bandiera
inglese chiamata Union Jack simbolo dell'unità e della diversità degli stati
membri della Gran Bretagna”).
L’Oi! venne e viene definita musica per soli skinheads, ma non c’è niente di
più sbagliato, non è mai stata musica per soli skinheads, né naziskin, né per
soli punx, le band erano formate soprattutto da vecchi componenti di famose
punk bands, rock bands perciò il pubblico era misto, mods, hard mods,
skinheads, punx, donne, uomini, gialli, neri, bianchi, perciò chi ancor’ora
definisce “L’Oi!, la musica dei bianchi” è in gran torto, in quanto è
semplicemente la musica di chi riesce a condividerne le idee, gruppi come gli
Angelic Upstarts vennero più volte malmenati in quanto anti fascisti ed anti
nazi.
Ciò che alimentò la brutta fama dell’Oi!
per colpa dei media, fu l’arrivo della musica “White Noise” (vedi Skrewdriver quando
diventarono nazi, vedi Nordwind, ecc…), i quali (media) ebbero di cui scrivere,
ma qualcuno ebbe l’idea di contrastare queste idee, Roddy Moreno, componente
degli OPPRESSED promuovendo la SHARP (SkinHeads Against Racial Prejudices) in
Europa.
La parola Oi! venne inserita da molti gruppi di nazisti nei loro testi, ciò non
fece altro che far passare la musica Oi! per la musica della gente di destra o
addirittura per soli bianchi.
Parliamo un’attimo di skinheads.
“Londra, 1969,
Boots Doc Martens, rossi, otto buchi. Lacci rossi. Jeans Levi’s 501, risvolto
di un pollice, tagliato e cucito in modo che i Doc possano brillare di luce
propria, lucidati fino all’ossessione. Camicia Ben Sherman a scacchetti
bianchi-blu, button down con ulteriore, maniacale bottoncino sul retro del
colletto, spacchi a V sulle mezze maniche. Bretelle bianche, sottili.
Harrington rosso fuoco, maniche con tutta probabilità tirate su in modo da
rivelare tatuaggi: una pantera nera, i martelli incrociati del West Ham, due
rondini, un cuore eccetera. Number two crop: la testa rasata, ma mai a zero,
troneggia minacciosa su una catena semiotica (ooops! ci scappa il sociologhese)
precisa e affilata come una rasoiata. Il tuo aspetto riflette la tua
estrazione. L’una e l’altra cosa ti configurano per quel che sei. Un bel
problema.
Arrogantemente proletario. Una parodia dell’operaio modello, sentenziano i
sociologi di Birmingham. Ma gli operai modello non ricostruiscono simulacri
simbolici di comunità operaia, qualunque cosa voglia dire, adottando tagli di
capelli, vestiti, gergo e musica dei giovani delinquenti di una comunità
immigrata di recente. Sei un hard mod che ha ibridato le proprie ossessioni con
quelle dei ragazzi dall’altra parte dell’oceano: non degli Stati Uniti, ma
dell'impoverita e periferica Giamaica, forte solo della musica e dello stile
dei suoi profeti musicali. Sei un bel problema, ragazzo. Turn on, tune in and
drop out significano meno di zero, per te. La ganja andava bene per tuo
fratello maggiore, mod, quando ballava lo ska al Roaring Twenties, in Carnaby
Street. Ora, là fuori, è pieno di hippies. La loro realtà non è la tua realtà.
La loro utopia cozza con la durezza della vita quotidiana. Tu fai la coda al
collocamento, oppure perdi il tuo tempo in lavori senza sbocco, e il tuo
orizzonte è quello nuvoloso di un paese in recessione & decadenza. Niente
amore cosmico, India o altre stronzate. Hai deciso di trasformare tutto questo
in un arma: la tua irriducibilità ti rende il bersaglio preferito, da subito,
di giornalisti, sbirri e poliziotti vari. Sei un problema, caro Harry, o James,
o John. Il tuo nome di battesimo, con tutta probabilità, è fuori moda. Sei uno
skinhead. Sei un negro bianco. Hai scelto di vivere una parte nel libro che
Dickens non ha mai scritto. Sei Oliver Twist: chiedi altra zuppa.
Se sei uno skinhead, nel 1978, la tua band è Sham 69, punto. Si, esistono anche
altre bands relativamente decenti: i Menace, ad esempio, oppure gli Skrewdriver
(ma non ti fidi di loro: ricordi troppo bene quando sono arrivati dalla
campagna conciati come rockers di terza categoria). I Cock Sparrer, anche.
Musicalmente sono forse i migliori, ma troppo schivi e modesti per arrivare
allo stardom. Su al nord, a Manchester, ci sono Slaughter and the Dogs.
Divertenti, certo. Ma gli Sham, loro sono tre spanne sopra tutti gli altri. E’
stata la personalità carismatica del leader Jimmy Pursey a convincere una nuova
generazione di skins, dieci anni dopo la nascita dello stile, dieci anni dopo
il reggae e i giorni del culto originario, che il punk rock poteva essere
qualcosa di buono e di diverso da una menata di art school bands, ex-hippies e
posers felici di apparire sui tabloid con spille da balia piantate nel naso o
sulla guancia. Ti ha convinto che il punk rock è davvero proletario, è suonato
davvero da “ragazzi come tu e me”, che può essere usato davvero come un'arma,
che non tutti sono in vendita e che c’è chi non ha paura di sporcarsi le mani
con la realtà. Se sei uno skinhead, nella Londra del 1978, probabilmente gli
Sham 69 sono la tua unica speranza.”
Ogni skin dovrebbe essere devoto a Jimmy Pursey (Sham 69, Sham venne preso da
una scritta sul muro del suo quartiere d’origine, “Hersham”), Jimmy suonò a
concerti RAR (Rock Against Racism), difese gli skinheads dalle accuse della
stampa, promosse un movimento musicale dove tutti i ragazzi inglesi
(sicuramente non hippies, nazi, ecc… ma skins, punx, ecc…) erano uniti, grazie
alla quale potevano muoversi tutti insieme, ma come già detto questa cosa non
si fermava solo agli skin, riguardava tutti…“come tu e me”… If The Kids Are United…
Southall, Hamborough Tavern.
Ma cosa successe veramente quella sera?
La serata sembrava doversi svolgere come ogni evento precedente. Da quando gli
Sham avevano lasciato le scene, l’attività del NF ai concerti era scesa a zero.
L’Oi! (così veniva definito ormai lo street punk) sembrava potersi trasformare
in qualcosa di importante. Street level point of view: esattamente quello di
cui i giornalisti e critici musicali sono privi. Il linguaggio dell’Oi! era così
semplice che doveva esserci qualcosa sotto. L’interesse per queste nuove band
proletarie e arroganti era preoccupante. Che fine aveva fatto il buon gusto? E
l’arte? Quella musica non distraeva i kids. Sembrava destinata a renderli
sempre più consapevoli e quindi più scontenti.
Alcune band all’interno dell’Oi! erano formate da skinheads e avevano un
seguito prevalentemente skinhead. Queste erano le uniche band che facevano
notizia, vista la pretesa contiguità tra skins e estrema destra. Southall,
d’altro canto, è un quartiere asiatico. La serata era stata organizzata da
skinheads appartenenti alla locale comunità asiatica. All’interno del pub, dove
dovevano esibirsi The Business, The Last Resort e The 4 Skins, c’erano un
migliaio di persone. Circa cinquecento erano skinheads. Di ogni convinzione
politica, anche se i disgustati dalla politica in quanto tale dovevano essere
la maggioranza. Poi punks, herberts, famiglie con figli eccetera. Nel seguito
dei Last Resort (per il fatto di avere una line-up completamente skin erano tra
i più osteggiati dalla stampa) erano numerose le teste rasate di origine
indo-occidentale. Il proprietario dell’impianto aveva incatenato casse e casse
spia al pavimento per paura che gli skins o qualche membro delle bands potesse
portarsi via qualcosa. All’interno c’erano alcuni rockabilly. Queste le note di
colore che risultano dalle testimonianze dei presenti.
La situazione attorno al locale era tesa da ore. Allertati dalla campagna
stampa anti-skinhead che imperversava sui quotidiani all’epoca, membri di
formazioni locali di autodifesa (Southall era stato epicentro nel 1979 di gravi
scontri razziali) appartenenti alla comunità asiatica scambiarono un concerto
di punk rock per un raduno razzista.
Mentre i 4 Skins eseguivano Chaos, il loro anthem più popolare, molto
appropriatamente le finestre del locale andarono in frantumi. Bombe Molotov.
Gli asiatici locali detestavano i nazisti. Ma il modo per risolvere la
questione era un po’ grossolano, visto che all’interno i membri del NF o del BM
erano dieci o quindici.
Dopo si scatenò una caccia all’uomo che durò diverse ore. La preda umana erano
gli skinheads che uscivano dal locale in fiamme.
Il peggio doveva ancora accadere. Il giorno dopo i quotidiani comparvero pieni
di resoconti su come un raduno neonazista fosse stato attaccato dagli
esasperati membri della comunità locale dopo ore e ore di pesanti provocazioni
razziste (Pare che uno skin quindicenne avesse chiesto a un commerciante locale
quante rupie ci volessero per un fish & chips! Davvero intollerabile).
Skinheads che marciavano al passo dell’oca e stronzate simili. Skinheads che
avevano avuto quello che si meritavano. Bands che avevano rivelato il proprio
vero volto: i Last Resort avevano suonato con l’Union Jack alle spalle! (Anche
i Jam lo facevano. O gli Who, o i Whitesnake, se è per questo). Sembrava un
film completamente diverso eppure era la stessa Southall, la stessa notte e la
stessa rivolta etnica.
Il rogo dell’Hamborough Tavern levò di torno provvidenzialmente tutta una generazione
di bands che avevano le carte in regola per riscuotere un grande successo
commerciale. Sporcarsi le mani con la realtà non paga: meglio continuare con la
paccottiglia dorata del rock n’ roll istituzionale, con le band “intelligenti”
e “innovative” e che, soprattutto, non pongono problemi. Il rogo
dell’Hamborough Tavern segnò anche il debutto dello skin nazista come
stereotipo mediatico. Buffo che proprio quella volta gli skins fossero le
vittime e non i carnefici.
(non ricordo qual è la fonte da dove ho preso questo articolo, se a
qualcuno ha dato fastidio, me lo faccia sapere via e-mail e provvedo a
cancellarlo)
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